La tomba dei luoghi comuni
Da quando il generale sovietico Boris Gromov ha attraversato impettito dietro i suoi tank il Ponte dell’Amicizia, sul fiume Amu Darya, ultimo soldato dell’Armata Rossa umiliata a lasciare l’Afghanistan, proprio come deve fare il capitano della nave che affonda.
17 AGO 20

Da quando il generale sovietico Boris Gromov ha attraversato impettito dietro i suoi tank il Ponte dell’Amicizia, sul fiume Amu Darya, ultimo soldato dell’Armata Rossa umiliata a lasciare l’Afghanistan, proprio come deve fare il capitano della nave che affonda. Da quando un secolo prima il dottore scozzese William Brydon arrivò esausto ai cancelli di Jalalabad – portato in salvo da un cavallo che subito stramazzò morto – solo superstite di un esercito anglo-afghano di 4.500 uomini e soltanto perché s’era imbottito il cappello con un giornale contro il freddo e questo aveva frenato il colpo di scimitarra altrimenti fatale. Da quando Alessandro Magno, nel Quarto secolo prima della nascita di Cristo, si prese una freccia in una gamba e dovette farsi riportare a sud, a riposare sulle rive lente del fiume Indo. Da sempre, l’Afghanistan gioca con il mito della propria intrattabilità: “Siamo la tomba degli imperi”. Diceva così anche il mullah Dadullah, il talebano rapitore di Mastrogiacomo. Al Zawahiri, numero due di al Qaida, preferisce invece citare la fuga di Brydon. “Finirete così, ma questa volta non ci sarà nemmeno un superstite”.
“La tomba degli imperi” è uno slogan buono per i video estremisti, ma guai ai giornalisti: tutti i brutti pezzi sull’Afghanistan rispolverano la tiritera da-Alessandro Magno-all’-Unione Sovietica. In realtà Mosca non fu battuta dai mujaheddin, ma da una delle più grandi coalizioni clandestine della storia: Cina, Pakistan, Arabia Saudita, Gran Bretagna, Egitto e Stati Uniti. Quando nel 2001 Putin approvò l’intervento di Washington, l’Afghanistan talebano capitolò in poche settimane. Kabul è il crocicchio degli imperi, non la tomba. Dove tutti passano: greci, mongoli, inglesi e sovietici. E ogni impero ha sempre ai suoi confini un altro impero ostile. Ma tanto certi vizi sono duri a morire. I talebani sono arrivati vent’anni dopo Microsoft, ma se ne parlerà sempre come di un movimento antico di secoli. E nell’immaginazione l’afghano mira sugli invasori sempre dall’alto di un picco vertiginoso, anche se gli scontri infuriano soprattutto a sud, a Helmand, una pianura sciatta che manco Varese.
“La tomba degli imperi” è uno slogan buono per i video estremisti, ma guai ai giornalisti: tutti i brutti pezzi sull’Afghanistan rispolverano la tiritera da-Alessandro Magno-all’-Unione Sovietica. In realtà Mosca non fu battuta dai mujaheddin, ma da una delle più grandi coalizioni clandestine della storia: Cina, Pakistan, Arabia Saudita, Gran Bretagna, Egitto e Stati Uniti. Quando nel 2001 Putin approvò l’intervento di Washington, l’Afghanistan talebano capitolò in poche settimane. Kabul è il crocicchio degli imperi, non la tomba. Dove tutti passano: greci, mongoli, inglesi e sovietici. E ogni impero ha sempre ai suoi confini un altro impero ostile. Ma tanto certi vizi sono duri a morire. I talebani sono arrivati vent’anni dopo Microsoft, ma se ne parlerà sempre come di un movimento antico di secoli. E nell’immaginazione l’afghano mira sugli invasori sempre dall’alto di un picco vertiginoso, anche se gli scontri infuriano soprattutto a sud, a Helmand, una pianura sciatta che manco Varese.